Samantha Cristoforetti Aspetta Un Figlio

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Il sorriso di AstroSam – Foto Ansa

La notizia della dolce attesa di Samantha Cristoforetti è rimbalzata sulle testate nella giornata di ieri, ma io lo sapevo già da qualche giorno, quando mi ha telefonato per dirmelo non ci credevo. 

Magari!

Quanto mi piacerebbe averla come amica, quella grande donna, che ha fatto del suo sogno una tangibile realtà. Da piccolina voleva fare l’astronauta, tac, fatto. Vorrebbe andare sulla Luna, spero tanto ci riesca. 

Si è presentata al Forum Ambrosetti di Cernobbio con un accenno di pancia e una lunga sciarpa per cercare di nascondere la dolce rotondità, ma in un’intervista a Chi, ha dichiarato di aspettare un figlio.

Sapere che anche lei, grande donna che è stata duecento giorni nello spazio, sta vivendo un’esperienza come quella che ho potuto vivere io due volte mi fa sentire più vicina a lei, mi manca andare nello spazio e poi è fatta, sarò come lei. Sì certo, come no. Avevo parlato di lei in un post che mi è sempre stato particolarmente a cuore, dove raccontavo i momenti precedenti la sua missione nello spazio.

Sono sempre stata molto affezionata alla sua persona, ritengo che sia una donna di grande cervello, e questo mi affascina moltissimo; la trovo carina e graziosa anche se porta un taglio di capelli corto; nonostante faccia un lavoro che sembra per lo più maschile, riesce a cucirselo addosso che sembra nata per fare quello. Ha tante competenze, conosce moltissimo e quando spiega o racconta diventa un piacere ascoltarla, perché ti appassiona. Mi piacerebbe avere anche solo un quarto delle sue skills, che la rendono capace di farti sembrare facile anche il concetto più difficile. Ho sempre adorato il suo sorriso, precisamente non so perché ma quando la guardavo sorridere prima della partenza che l’ha portata nello spazio e anche dopo, mi rasserenava, dava felicità anche solo guardandola.

Ieri Amoremio mi ha portato uno speciale di un quotidiano con alcune pagine di un’intervista fatta ad AstroSam, dove un giornalista l’ha intervistata vis-à-vis. <<Lo conosci?>> ho chiesto, e lui dopo aver letto il nome mi ha risposto che conosce sì il giornalista, e gli ha subito telefonato per chiedergli qualche dettaglio sul come sia riuscito ad intervistarla. Io, contentissima, perché conosco una persona che conosce una persona che ha incontrato Samantha, mi sento più vicina a lei. Da qui a girare insieme con i figli, il passo è breve.

Ovviamente scherzo di nuovo. E torno a ripetere: magari, potessi fare la sua conoscenza. Ora come ora la metto tra le prime persone famose che vorrei conoscere. Non sono molte, e la maggior parte sono sportivi o gente ormai deceduta.

Quando anche lei, mi auguro il più tardi possibile, passerà a miglior vita verrà ricordata sui libri della storia. Prima donna italiana nello spazio, record europeo di permanenza consecutiva nello spazio, e poi scusate eppure mi preme sempre quel dato, quando ai test fu selezionata fra più di ottomilacinquecento persone, e ancora una lunga lista. Qui da noi invece, ai Festival, c’è ancora gente che probabilmente ha più scarpe che cervello, ragazzette che nonostante siano belle, riescono a far parlare di sé solo per cose più in basso del cervello. Ecco, non vorrei mai fare un paragone, mi sembra un insulto nei confronti della mia stimatissima Samantha, però è giusto farlo così, per farsi un’idea. Lei verrà ricordata per le sue imprese spaziali, una certa Giulia Nonloso verrà ricordata per la xxx praticamente esposta, addirittura senza essere rasata con cura. A parte la volgarità dell’abito, anche lo schifo dei dettagli. Ho detto tutto.

Sono felice per Samantha perché, anche se in queste ore si parla solo di ciò che contiene il suo grembo, si è presa quello che voleva dalla vita. Non si è fermata davanti a niente e nessuno, immagino abbia avuto le sue difficoltà, ma insomma, avrà tirato fuori le unghie e lottato per i suoi sogni affinché si realizzassero. Noi viviamo in Italia, lei cambia posti durante l’anno in base a quel che deve fare, per fortuna. Se dovesse rimanere sempre in Italia, dove lo stereotipo della mammina dolce e premurosa a casa a fare la calzetta è così ben presente – tanto da far indire una campagna orrenda e opinabile al ministro Lorenzin, che sembrava voler rimettere la donna a casa e l’uomo al lavoro – ecco, se dovesse restare magari succederebbe questo: sei in gravidanza per cui già ti guardano come un’appestata, sicuramente non potrai fare quello che facevi prima quindi ti toglieranno mansioni, figuriamoci dopo il parto, quando avrai diritto a del tempo da passare con tuo figlio, quel periodo unico che non tornerà mai più nella vita, uff c’è la maternità, poi il figlio cresce e la mamma rientra al lavoro, ma poi si ammala, gli viene la febbre di notte, deve accudirlo, insomma ridatemi un astronauta uomo ché tanto è risaputo che ai figli ci badano le mamme. Questo un po’ quel che succede se lavori in un’azienda in Italia. Per fortuna questo, a Samantha, non succederà. Credo inoltre che, se qualora volesse ritirarsi dalla sua carriera per fare la mamma, sarebbe solo ed unicamente una sua scelta, spinta da volontà propria, e non perché ha firmato una lettera in bianco o perché subisce mobbing da parte del capo. In qualità di persona che la conosce per due persone interposte, mi sento di dire che avrà grandi gioie dalla maternità ma continuerà ad inseguire i suoi sogni.

“Ehi Sam, quando hai bisogno di qualche consiglio per l’argomento mamma-bambini, chiedi pure. Ricordati di mettere il like alla mia pagina Facebook e seguire il mio blog.” 

Magari!

“Dimenticavo… Tanti auguri Samantha. Sarai una Mamma Spaziale.”

A presto, Francesca

Il Tuo Primo Giorno

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Buongiorno e buon lunedì.

È settembre, per moltissimi è un nuovo inizio, è come se iniziasse un nuovo anno, quello scolastico. Oggi è lunedì, già di per sé non mi entusiasma questa giornata. A renderla ancora più triste e difficile è l’inizio della scuola dell’infanzia per Principe. Il mio piccolino di casa, lui che quando era nella mia pancia mi aveva già fatto preoccupare da morire; lui che a un mese e mezzo, quando era ancora inerme e non sorrideva nemmeno, è entrato in sala operatoria per due ore e mezzo, in anestesia totale; lui che il mese successivo è andato di nuovo in quelle sale, per una cosa minore ma sempre con un po’ di anestesia. Lui, che combina un sacco di pasticci, fa disastri che sua sorella mai si era nemmeno immaginata, ma che si fa perdonare tutto con quel sorriso. Lui, il mio piccolino coccolone, che di notte mi fa prendere tanti infarti quando non lo vedo respirare, e invece sta solo respirando talmente piano che sembra sia morto.

L’ultimo colpo ieri notte, quando l’ho visto nel letto sdraiato lungo e tirato e ho pensato “ecco, è proprio stecchito” mi avvicino con la luce del cellulare e niente, il suo petto non si muove su e giù. Panico, aiuto, lo tocco smuovendolo. Non succede niente. Lo tocco più forte, gli do quasi uno scossone, tira un sospiro e cambia posizione. “Ma porca l’oca, allora dillo che non sei morto!” Che spavento. Dopo tutto questo, sono tornata a letto e non sono più riuscita a dormire, un po’ per la paura presa e un po’ perché pensavo che a distanza di un giorno e mezzo il mio cucciolo avrebbe iniziato la sua carriera scolastica.

Ci ho pensato molto, in questi giorni, alle motivazioni che mi tenevano in ansia per il suo inizio, senza trovare risposte sensate. Ho creduto che fosse perché lui mi faceva compagnia quando portavo Principessa all’asilo, mi teneva su di morale nelle giornate no, lui è un bimbo spassoso. Successivamente ho vagliato l’ipotesi dell’esperienza negativa che ha fatto la sorella all’asilo, me l’hanno praticante rovinata, era così educata e carina, è uscita maleducata come non so cosa. Ma non è nemmeno quello, anche perché fortunatamente lui frequenterà un altro istituto.

Pensa che ti ripensa, sono arrivata alla conclusione che non voglio che vada all’asilo perché, come dicevo, è l’inizio della carriera scolastica. Questo vuol dire che in men che non si dica me lo ritroverò a 6 anni che starà per andare alle scuole. Ecco, ho paura che cresca troppo in fretta, anche se già mi sfugge di mano.

Quando Principessa iniziò l’asilo, quattro anni fa, avevo lui di pochi mesi, mi distraeva e l’assenza della sorella grande mi permetteva di dargli qualche attenzione in più, senza farla ingelosire. Poi nel pomeriggio abbandonavo lui – che tanto era piccino e dove lo mettevi, stava – e passavo più tempo con lei, così erano tutti felici. Però ora lei è già qui, grande e a volte sfacciata, dolce e fragile, allo stesso tempo cattivella e forte. Ma cresciuta, davvero tanto.


Giorno uno, ore 08:30 si esce di casa. Lui è tutto contento, io mi rivelo una bravissima attrice, sono contentissima che stia andando al suo primo giorno di asilo, in realtà vorrei solo prenderlo e scappare lontanissimo. Quando arriviamo gli faccio le foto di rito, col grembiulino davanti all’armadietto, lo accompagno nella sua classe e mi fermo un pochino con lui. Con noi c’è anche Principessa, che inizierà la scuola lunedì, quindi lascio un momento entrambi nella classe con una maestra e l’altra mi spiega dove vanno messi zainetto e set. Ritorno verso la classe, mi accompagnano fuori una Principessa in lacrime che mi dice <<mamma, ti volevo abbracciare>> no scusate, mi piange il figlio sbagliato: porto all’asilo lui, e piange lei, c’è qualcosa che non va. Rassicurata lei che non vado da nessuna parte e non l’abbandono lì, rientro nella classe di Principe, dove già da prima stava piangendo a decibel elevati un bimbo, che tra l’altro è il nostro vicino di casa che abbiamo frequentato alcune volte. Allora, la mamma che è in me mi fa prendere la decisione di consolarlo, povero mi faceva tanta pena anche perché due maestre per ventidue bambini non potevano di certo seguire ogni singolo bambino. Mi avvicino a lui e coi lacrimoni mi chiede <<la mia mammaaaa>>, così gli spiego che è andata via ma poi dopo il pranzo sarebbe tornata a prenderlo, che avrebbe potuto giocare con tutti i bei giochi dell’asilo, stare con Principe e divertirsi insieme. E niente, dopo qualche abbraccio, carezze sulla schiena, qualche battuta che non l’hanno fatto ridere ma calmare, ecco dopo questo si è finalmente messo a giocare. Io mi sono sentita un’educatrice spaziale, roba  da darmi un posto fisso già dal giorno stesso.

Dopo qualche minuto che il bimbo piangente aveva smesso, ho deciso di salutare il mio di bambino, di nascosto, per evitare che l’altro ricominciasse a piangere magari vedendomi uscire. Niente, io gli ho detto <<ciao amore, io vado, ci vediamo dopo, ok?>> lui mi ha risposto <<ciao>>. E l’ho lasciato lì. La mia sensazione una volta uscita dalla porta è stata quella di sentirmi mancare un pezzo di cuore, un pezzo di me. Sono tanto legata ai miei figli, anche se ogni tanto dico loro che li abbandonerei o li affiderei a una mamma nuova, ma la realtà è che senza di loro mi sento vacillare. Per fortuna avevo la mia spalla, Principessa, che mi ha distratta. Loro non lo sanno, ma i miei figli fanno sempre molto per me, che sono un po’ asociale ma odio stare da sola, che quando ho loro intorno mi mettono il buonumore.

Alle 12:45 dovrò andarlo a prendere, ora mi continuo a chiedere cosa starà facendo, se starà bene, se si divertirà, se quando dovrà pranzare si sentirà a suo agio in mezzo a tantissimi altri bambini, a tante facce sconosciute.
Mi domando se sentirà la mia mancanza, se ad un certo punto della giornata penserà che l’ho abbandonato, se avrà paura che non tornerò più a prenderlo oppure avrà la consapevolezza di sapere che è in un luogo atto a farlo crescere, pieno di suoi simili, e che lo farà diventare grande nel migliore dei modi, e che a fine giornata la mamma tornerà sempre a prenderlo.

Buon inizio, cucciolino.

 

A presto, Francesca.

Quando Nella Notte Ti Sveglia Un Tonfo

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La notte, si sa, è fatta per dormire; soprattutto per noi mamme di bimbi ancora piccoli, che magari assistiamo ancora ai risvegli notturni dei nostri cuccioli e invece sogniamo ad occhi aperti di fare lunghi sogni, ad occhi chiusi. La notte, tra le altre cose, amplifica le sensazioni, sia quelle belle ma soprattutto quelle spiacevoli. Mi è capitato di passare nottate quasi in bianco pensando a quel problema piuttosto che ad un altro, ma mica problemi seri, cose del tipo “non mi va che Principessa all’asilo non faccia niente, vorrei fare qualcosa per cambiare la situazione” ad altre come “dovrò cambiare casa, come farò a lasciare quella vecchia”. Quelli che io chiamo problemi grassi, obesi direi, e che dopo avermi tenuta sveglia a rimuginare le notti, mi davano tregua verso le 5:00 del mattino, o giù di lì, e dormivo. Al risveglio ripensavo a tutto quanto, un bel sorriso, una scrollata di spalle e via, era tutto passato.

Sempre nella notte noi mamme mettiamo in funzione una capacità che credo sia ancestrale: appena uno dei nostri figli, dall’altra stanza, fa un respiro più profondo, oppure inizia a dire <<mam…>> siamo già sveglie. So che succede a molte: un colpo di tosse in più, un leggero pianto, due parole e noi siamo già con l’occhio spalancato e l’orecchio teso. “Cavolo, stavo dormendo profondamente, come ho fatto a sentire?” mi domando spesso, misteri dell’essere mamma. Ci sono però anche i brutti risvegli, quelli improvvisi, alle 03:24 di notte, quando mentre sei sicura che stavi dormendo senti frusciare le coperte, un tonfo e un pianto. Ovviamente la mamma, anche se ha 12 figli, sa chi sta piangendo e indicativamente conosce già la dinamica dei fatti. Se poi, come succede a me, avete imparato ad usare il pianto come scala del dolore, allora saprete se non è grave oppure se c’è da correre.

Già da neonati, infatti, si possono distinguere vari tipi di pianto: fame, stanchezza, disagio – ad esempio posizione scomoda o pannolino eccessivamente bagnato – e ancora pianto da dolore. Quest’ultimo, il pianto da dolore, lo uso attualmente come metro di giudizio per capire se i miei polli stiano facendo finta oppure si siano fatti male sul serio, e quanto male. Funziona con entrambi, il pianto leggero e lagnoso è quello del capriccio, poi c’è quello del male ma irrilevante, e dopo alcuni decibel arriva quello del male serio, dove lì mi preoccupo.

Tornando alle 03:24, di questa notte, grazie ai miei super poteri di mamma, sono stata svegliata di soprassalto, sentendo cadere Principe dal letto. È una sensazione pazzesca quando ci ripenso, come cavolo ho fatto a sentirlo mentre cadeva, se dormivo? Se qualcuno ha una spiegazione, me lo faccia sapere. Ma torniamo a noi, torniamo al mio spavento per il tonfo nel cuore della notte, quindi accendo l’abat-jour e mi tiro su seduta, chiamando con una mano Amoremio, che dorme vicino a me ma è il più vicino alla porta, che quindi potrebbe alzarsi di corsa e scattare a salvare il nostro figlioletto. Niente, non pervenuto, se non respirasse penserei che sia morto. Cribbio, come fai a non sentirlo? Come fai a non sentire che ti chiamo dicendo il suo nome, ripetendo è caduto, mentre assemblo i neuroni per alzarmi e andare a vedere cosa è successo – fase che dura circa tre secondi! – lui niente, dorme. Lasciando perdere lui, vado dall’altro lui, senza correre perché non piange da dolore forte. Lo trovo verso la parte finale del suo letto, ai piedi, giù per terra che piange ma si sta rialzando. Aah, la resilienza dei bambini, che bella! Stavi dormendo beato, sei caduto, ti sarai fatto un pochino male sicuramente, ti sarai spaventato molto, eppure ti rialzi da solo, per me è incredibile. Si tocca la bocca, siccome nella stanza c’è solo la luce fioca della lampadina a led lo porto nel bagno adiacente, con la luce leggera. Mi abbasso per guardarlo bene mentre gli tengo la manina, piagnucola ma niente di grave, nessun danno. Si è solo spaventato, e ci credo. Allora lo prendo sulla mia gamba un momento e lo stringo a me, giusto qualche secondo, e tutto passa. Gli dico se vuole andare a bere, mi risponde che no, non vuole, si dirige verso il suo letto e ci risale. Ecco, io qui mi sarei aspettata un <<voglio venire nel tuo letto>> frase gettonata nelle notti durante le quali si risveglia, apparentemente senza motivo, e decide che deve stare con noi a continuare il sonno. Mi ha spiazzata, si è rimesso con la sua testolina sul suo piccolo cuscino, col suo pupazzo nella mano, e ha chiuso gli occhietti. L’ho coccolato un momento quando, girandosi, mi ha sussurrato che aveva sete. “Però deciditi”, penso io mentre vado a prendere il suo bicchiere. Dopo aver bevuto mi guarda e sentenzia, con tono stanco e tenero <<sono proprio caduto…>>, io lo rassicuro dicendo che sono cose che succedono, così si rimette giù.

Rimango lì accanto a fargli le carezze sulla schiena, dopo essermi sentita chiedere se volevo sdraiarmi nel letto vicino a lui. Ho declinato l’offerta e mi sono accucciata vicino a lui, mentre trovava il sonno, e lo guardavo. Pensavo al fatto che ormai sta crescendo tanto anche lui, che è bellissimo, che tutti i bimbi che dormono sono qualcosa di meraviglioso, pensavo al fatto che lunedì inizierà l’asilo e sì, forse sono pronta, ma non ne sono sicura. Pensavo ancora a quanto un bimbo così piccolo possa trovare la forza di rialzarsi da solo dopo una caduta, magari ce l’avessimo noi adulti una forza così: certo, le nostre cadute – non in senso letterale – magari saranno più dolorose, ma quasi sempre per natura cerchiamo qualcuno o qualcosa a cui aggrapparci per alzarci. Loro no, cadono e si rialzano, si rimettono a dormire dopo un semplice abbraccio di rassicurazione.

Svelato il motivo per il quale non ho dormito, fino alle 05:30. Se volete sapere come è andata stamattina con la sveglia delle 07:30, controllate il mio profilo Facebook.

 

A presto, Francesca.

Quando Settembre È Il Nuovo Gennaio

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Buongiorno e buon inizio di Settembre. Questo mese per moltissimi è come l’inizio di un nuovo anno, si rientra dalle ferie e ricomincia tutto il trantran quotidiano, come lavoro e scuola dei figli. Fino all’anno scorso per me non valeva questo, ma Settembre era un mese come un altro. Quest’anno invece, complice il doppio inizio dei miei figli ad asilo e scuola, e la conseguenza che sarò da sola a casa, mi porta in quel giro di persone che considerano Settembre il nuovo Gennaio. 

Proprio per abituarmi a questi nuovi orari, sto iniziando in questa settimana ad alzarmi presto, considerato che per due mesi ci siamo alzati alle 10, pranzavamo alle 14, cenavano alle 20:30, orari per noi assurdi e lontani dalle routine invernali. Se mi seguite su Facebook, avrete sicuramente notato che i primi tre giorni non hanno avuto molto successo, sveglia puntata fissa alle 07:30 e risultati opinabili. Oggi invece, complici il primo settembre e una notte di sonno abbastanza sereno, sono riuscita ad alzarmi alle 08:05, yeah!

Francesca e...

Ecco i miei quattro tentativi di alzarmi ad un’ora decente. Andato a buon fine 1 su 4.

Tra tutto questo sballo di orari come mamma ho anche fatto un’azione positiva: ho comprato molta frutta e verdura, proponendola ai miei figli, cosa che purtroppo di solito non faccio così spesso. Al mattino, quando siamo sempre di corsa, una brioches e qualche biscotto e via, ora invece c’era il tempo di mangiare con calma la frutta, prepararla e servirla ai miei due lumachini, che fanno i pasti lentissimi. A dimostrazione di ciò, stamane apro la dispensa al reparto dolci e faccio una scoperta: mi sono scadute le Camille. Sì, stavo andando proprio bene sul fronte colazione alternativa. 

Dal punto della frutta e verdura volevo aprire una breve parentesi: ma anche i Vostri figli sembrano bipolari? Al negozio, a giugno, mi hanno fatto comprare l’uva bianca, mai mangiata in vita loro. Va bene prendiamola. Consumata con entusiasmo e ricomprata alcune volte. Poco tempo fa torno a casa dalla spesa con dei grappoli, la propongo a colazione, nessuno la mangia. No ma, dico, siete impazziti? L’avete chiesta voi, vi piace, la mangiate come non ci fosse un domani, e ora nessuno se la fila. 

<<…Eh ma mamma, ha i semini>> mi risponde Principessa. <<Ah già, perché tutte le altre comprate allo stesso negozio fatte nello stesso modo, i semi non li avevano?>>

Niente, bipolarismo puro, anche perché succede con miriadi di altri cibi, proposti e poi richiesti a lungo, quando d’improvviso sembra il cibo peggiore mai consumato.

Vi auguro uno splendido Settembre, ora vado a fare il mio Workout quotidiano.

A presto, Francesca.

Chi Non Muore, Si Rilegge

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lestate-sta-finendo

L’estate per me è già alle spalle, anche se prendo ancora il sole e finalmente non ho più il color mozzarella che mi fa compagnia. L’ultimo post che ho scritto risale a mesi fa, quando la mia Principessa si accingeva a fare la recita di fine anno scolastico. L’anno si è concluso, nel frattempo è successo di tutto e di più. Lei ha concluso i tre anni di asilo, e inizierà la scuola; Principe inizierà l’asilo, e io non sono pronta per nessuno di questi due eventi. Ma tralasciamo, per il momento. Abbiamo cambiato casa, con tutte le rotture che un trasloco comporta, come oggetti persi, problemi con gli allacciamenti e volture infinite, senza connessione internet per giorni interminabili, attese che si sono dilungate e via dicendo. Il bello è che ci siamo trasferiti a pochi kilometri, quindi per i bimbi è stato indolore, sapere di poter tornare nei posti a loro familiari e rivedere gli amichetti di sempre. Altri episodi di rilevanza sono due: uno, mentre scaricavo l’album di iPhone su hard disk esterno, questo si è suicidato e mi ha mandato a quel paese tutte le foto che ho fatto da ottobre, se ne salvano un migliaio circa, che sono salvate sul telefono. No, non ho usato iCloud, non mi piacciono i servizi on-line; sì, ora lo userò, sigh. Oltre ad aver perso questo, altre innumerevoli foto, documenti importanti di Amoremio e chissachealtro. Come se non bastasse, Amoremio, quel genio, per motivi che non sto a raccontare, ha bruciato completamente senza speranza di una resurrezione il suo Samsung S5, che conteneva centinaia di foto nostre e dei bambini. Ah, le altre erano tutte sull’hard disk esterno, perché per tenere memoria libera sul telefono, scaricava tutto. Ecco, anni di foto scomparsi in un momento.

Facciamo finta di niente e andiamo oltre. Parliamo di cose carine, come una mamma che quando sua figlia doveva iniziare l’asilo si era proposta di ricamare bavaglio ed asciugamano ma non li terminò mai… Ma per fortuna la stessa mamma si è riscattata quattro anni dopo, con l’inizio dell’asilo del figlio. Sì, sono io, adoro fare il punto croce, ho iniziato da autodidatta quando Principessa era piccolina e io mi annoiavo, chiusa in una dimensione strana di mamma, isolata perché dove ero non avevo amiche, e sola perché mia madre aveva sempre cose più importanti da fare. Poi ho lasciato tutto lì nel cesto del cucito per anni, fino al giorno in cui sono andata a comprare il set asilo azzurro, e l’ho ricamato. Ho finito anche con largo anticipo, questo non è da me. Grembiulino comprato, zainetto e via, pronti per la scuola materna.

Pronti? Chi lo ha detto? No, io non lo sono affatto, anzi, il contrario. Una dovrebbe essere già abituata, tua figlia sta fuori casa dalle 9:30 fino alle 17:00 per tre anni, mangia fuori, fa nuove esperienze, conosce rituali che sono propri di quella struttura, fa amicizie. Eppure niente, non sono pronta anche perché Principe lo usavo come damo da compagnia, nel senso che portavo lei all’asilo e noi uscivamo a passeggiare, o andavamo insieme a fare commissioni, stavamo a casa a fare qualche attività tranquilli. Ecco, tutto questo mi mancherà, perché io odio la solitudine, quando sto da sola inizio a farmi un sacco di paranoie inutili, quindi dovrò uscire il più possibile. Inoltre, non so se capita ad altri di Voi, ma il secondo figlio lo vedo più come un cucciolino, mentre con Principessa ero pronta a mandarla all’asilo, anche se era più piccola di Principe ora. Come farò? Sono già due notti che sono agitata e dormo male, stando sveglia delle ore a pensare. Un po’ a scuola e asilo, e un po’ alle foto perse. Sono ancora più agitata perché non vorrei assolutamente passargli il mio malumore per la sua partenza verso un nuovo mondo ma, al contrario, vorrei che fosse felice e sereno. Ma soprattutto, vorrei che il nuovo asilo sia molto meglio di quello dove, povera, andava Principessa.

Altra novità di questi mesi, anche se recentissima, ho iniziato a fare workout a casa. Sono iscritta ad un gruppo sportivo su Facebook da più di un anno, ho sempre seguito ed anche un po’ invidiato tutte quelle che postavano foto di cambiamenti, magari passando da uno stato di sovrappeso ad avere più forma e tonicità di me. Io, che sarei medaglia olimpica del Divaning estremo se ci fosse la disciplina; io che non ho mai fatto esercizi fisici per più di tre o quattro giorni di fila; proprio io che sono magra di costituzione – anche troppo – e però ho i muscoli di un’ameba, ecco, io che faccio ben dieci giorni è già un successone. Il bello è che ho visto dei risultati dopo alcuni giorni, quindi mi sono gasata, e nonostante alcuni doloretti sto andando avanti. Tutto ciò porta benefici sotto diversi punti di vista, e mi piace.


Ma alla fine, questo post, che significato ha? In fondo nessuno in particolare, volevo solo farVi sapere che mi piacerebbe tornare a scrivere con regolarità. Addirittura avevo pensato di aprire un altro blog e dargli un taglio diverso, ma poi ho constatato che se non riuscivo a seguire questo in maniera costante, non sarei riuscita nemmeno con un altro. Perciò ho abbandonato subito l’idea balzana e ho pensato al post del primo aprile, dove ero veramente convinta di fare un ritorno, avevo anche preparato una sorta di calendario dove annotavo i post che avrei dovuto scrivere, cosa avrei dovuto fare e degli obiettivi da perseguire. Neanche a dirlo, in breve ho dovuto cercare casa e fare tutte quelle azioni che ne conseguono, è stato un travaglio più che un trasloco; mi sono dannata l’anima per fare le cose più improbabili e in tutto questo non ho sentito nemmeno un brava, complimenti. Ma ormai non importa, per ora ho solo una fissa: non sono pronta… Non sono pronta… Non sono pronta… Non sono pronta!

E Voi, cosa mi raccontate? Buon Settembre.

 

A presto, Francesca.

La Laurea Di Mia Figlia

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Diploma_Scuola_dellinfanzia

Il titolo può trarre in inganno, sicuramente. Forse dovrei specificare che si tratta della prima, di laurea. Siamo a maggio, tra questo mese e quello di giugno i bambini più grandi delle scuole dell’infanzia riceveranno il loro diploma. 

Ricordo ancora il giorno in cui lo consegnarono a me, credo nel 1993 – sembra di parlare del paleolitico – ero molto emozionata e anche un po’ spaesata, ricordo che ci misero in testa un cappello di cartone, nero, e mi diedero questo foglio arrotolato. L’ultimo anno di asilo segna un passaggio importante, il primo di molti altri; riassunto a grandi linee, potremmo sottolineare questi eventi: passi dall’essere il bambino tra i più grandi e vai ad essere tra quelli più piccoli; si va da un ambiente dove l’approccio per ogni cosa è giocoso ad un altro dove si pretende si comportino da grandi, stando seduti al banco per diverse ore. Si cambiano insegnanti, quelli che hanno accudito e talvolta coccolato per consolare il mal di mamma i nostri figli, vengono sostituiti da figure di riferimento meno affettuose e più pratiche. A conti fatti, è un bel salto, per loro. Forse lo è più per le mamme, apprensive come me. 

Ho già preparato un’autobotte di lacrime, perché oggi pomeriggio la mia Principessa riceverà il suo diploma, il suo primo; per me è come se fosse la sua laurea. Me la vedo già, con l’alloro in testa, perché dal diplomino della scuola dell’infanzia alla laurea il passo è breve.

A settembre inizierà la sua carriera scolastica, io rivivo la mia e la proietto su di lei, mi sento preoccupata e anche un po’ in ansia per lei. Una volta che entri alla scuola primaria inizia un turbine che, in una manciata di anni, ti porta alle medie, ti trasporta alle superiori, sei diplomato, puoi scegliere se andare a lavorare, oppure continuare gli studi e laurearti. Insomma, come dicevo, il passo è davvero breve. Ho scritto che ricordo il giorno in cui all’asilo mi diedero il diploma, e mi sembra che subito dopo riuscii a prendere il diploma di scuola superiore, dopo una travagliata esperienza di studi. In fondo, tra i due eventi sono passati diversi anni, se ci ripenso però posso ripercorrere tutto in maniera rapida, perché quando diventi grande il tempo vola letteralmente.

Mi piacerebbe che il tempo si fermasse, forse è chiedere troppo; vorrei allora che rallentasse almeno un po’, per farmi godere ancora della bambinezza dei miei figli, caratteristica che in Principessa vedo già sparire. È cresciuta molto in altezza, mi sembra mi stia sfuggendo di mano anche solo quando la guardo da vicino, o quando mi inginocchio per sistemarle il colletto e mi accorgo che è più alta di me. “Santo cielo, ti ho partorita quarantanove centimetri di frugoletta, dove stai scappando?” penso ogni volta. E a settembre se ne andrà alla scuola elementare. Vorrei per lei che la scuola sia solo un luogo sicuro e divertente dove imparare a vivere la vita. Sono una persona ancora convita che la scuola sia la seconda famiglia, che abbia un importante ruolo nell’educazione dei nostri figli; ritengo che famiglia e scuola debbano lavorare di pari passo per tirare fuori il meglio da ogni cucciolo d’uomo. Poi sento al telegiornale o leggo delle news che parlano di una cosa orrenda, raccontano di ragazzine picchiate da altre ragazzine selvagge e maleducate, dove in tre ne picchiano una, una filma, e tutti intorno ridono, nessuno aiuta la vittima. Tra maschi succede la stessa cosa, oppure se sei solo un po’ più dolce e comprensivo, se ti vesti come più ti piace e non ti omologhi, ti etichettano schernendoti per mesi, sul web. Già, il web. Ne ho parlato in maniera lodevole nel mio ultimo post, regala amicizie fantastiche e belle conoscenze, fa andare tutto più veloce; per contro può anche ferire in maniera esponenziale, può portare ragazzini che cercano la loro identità a togliersi la vita, perché troppa la vergogna da sopportare, davanti al mondo. Ecco, a me viene da piangere se penso a queste schifezze, mi vien la rabbia quando vengo a conoscenza che la maggior parte di questi episodi vengono catalogati come “scherzi”, oppure “ma sono ragazzi, cosa vuoi che sia”.

Per fortuna mia non sono mai stata vittima di questi episodi, né ho mai visto succedere fatti simili; solo in un certo periodo c’è stato un ragazzino che mi ha dato un po’ fastidio, poca roba, ma è subito finita lì. Io di norma mi sono sempre difesa, sin dalle elementari fino a quando ero più grandicella, ero una bambina diciamo nervosa, se c’era qualcuno a cui fare scherzi sapevano di non scegliere me altrimenti avrei reagito. Posso dire che muovevo anche le mani, nel senso che se qualcuno mi infastidiva, la seconda volta non lo faceva più. Non ho mai picchiato nessuno, ma neanche le ho prese: quello che voglio insegnare ai miei figli è non fare del male, ma nemmeno farsi fare del male gratuitamente e difendersi. Quello che vorrei per la mia TittiPasticcino è questo, un ambiente sereno, normale, con i suoi pro e i suoi contro, dove si riceve qualche scherzo ma lo si fa anche, dove si ha l’amica del cuore ma poi ci si litiga, dove magari scappa uno spintone ma poi ci si chiede scusa, dove tutte le ragazzine si innamorano del bello di turno. Però nessuna violenza gratuita, né fisica, né verbale, né psicologica!

Ecco, ho paura. Ho paura che qualcuno la possa ferire, prendere in giro, qualcuno la possa picchiare magari perché è troppo carina o troppo brava, che possa essere emarginata. Certo, vado in là con gli anni, diciamo che sto in pensiero fino ai 16 anni, e vorrei poter essere ogni momento con lei, per difenderla e proteggerla. L’amore che ti lega a un figlio è potente, non mi sento legata a nessun altro in questo modo, l’istinto di protezione è fortissimo e mi viene voglia di costruirle una enorme campana di vetro sotto cui mandarla nel mondo. Le farei un torto, dovrà imparare a cavarsela da sola, l’unica cosa che posso fare io è darle gli strumenti per imparare ad affrontare ogni evento. E di questo ho paura, sono spaventata del fatto che non sono sicura di riuscire a darle questi strumenti.

Pensatemi oggi, alle 15:30, sarò in una valle di lacrime, avrò l’emozione di una bambina e l’orgoglio di una mamma. Sì perché anche sentire cantare le canzoni da tutte quelle vocine dolcemente stonate mi fa emozionare, vedere i bimbi che si impegnano a fare una recita è molto bello, scoprire in loro che sono agitati e imbarazzati è davvero tenero. Mi piacerebbe essere nella testa di Principessa oggi, per capire se sta aspettando il momento pensandoci continuamente oppure no, vorrei sapere se è emozionata e se ha capito l’importanza di questa sua ultima recita alla fine del percorso di questi tre anni. 

Buona prima laurea, tesoro.

Francesca

Di Social, Parenti Serpenti E Belle Persone

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Aprii il profilo Facebook nel lontano 2008, o 2009 non ricordo. Il social blu era agli esordi qui in Italia, nessuno e dico nessuno dei miei amici/conoscenti/famigliari aveva un profilo. Pian piano, a macchia d’olio, la voce si è allargata e mi sono ritrovata fra gli amici virtuali quasi tutti i visi che erano amici miei anche nella realtà. Avevo ex compagni di scuola, attuali, conoscenti e amici d’infanzia, parenti nessuno; loro sono arrivati dopo. Inizialmente lo usavo per scriverci veramente di tutto, il mio profilo era il prolungamento della mia mente, quel che pensavo andava a finire là, in bacheca. Mi resi subito conto di quanto mi stavo esponendo, anche agli occhi di chi non volevo sapesse cosa facevo nella mia vita. Avevo pochissime foto, mi divertivo già allora a modificarle con i programmi di grafica, molto basici – mi pare di parlare di cento anni fa – e pubblicavo sempre meno. Finché chiusi il mio profilo personale.

Non ne sentii la mancanza, anche perché niente di meno stavo mettendo su famiglia. Avevo già parlato di questa chiusura di Facebook, avvenuta su richiesta, ma che nei giorni seguenti mi fece rendere conto che sembravo essermi liberata di qualcosa. A distanza di anni ho aperto il mio blog, per farmi conoscere ho aperto un profilo Facebook, che uso per tenermi in aggiornamento reciproco con la mia rete di contatti. Non ho tra gli amici nessun parente, famigliare, amico o conoscente. Solo amici virtuali. Eh brava, allora sei sola come un cane, penserete voi. No! Invece, anche se sono dietro uno schermo, dello smartphone principalmente – ché il mio pc credo voglia abbandonarmi presto – riesco a percepire che c’è interesse. Io sono interessata a ciò che scrivono i miei amici virtuali, quali foto postano e cosa fanno, e loro sono curiosi di quel che faccio io. C’è un lato bellissimo di questa rete, e cioè che se qualcuno ha bisogno di una mano, qualcun altro la tende; se qualcuno ha bisogno di un consiglio, arriva e sarà più di uno; se qualcuno ha bisogno di sfogarsi e/o ricevere supporto, si può stare tranquilli che otterrà entrambi: potrà sfogarsi e verrà supportato. Se poi siete fortunati come me, che avete amici che vi dicono la loro anche se la pensano diversamente da voi, senza bisogno di litigare e poi togliere l’amicizia, allora siete a posto.

Ieri ho scritto un post, ho vissuto una – per me – brutta esperienza famigliare, sono stata trattata malissimo da uno dei miei genitori, per un motivo che definire banale è riduttivo. Il contesto è lungo e delicato da spiegare, colmo di sfumature, quindi non starò qui a tediarvi con la mia storia. Solo ho capito che, nel web, ho trovato chi ha provato a stare sulla stessa barca; addirittura chi ha navigato su una zattera in mari molto più mossi dei miei, e questo mi ha fatto ridimensionare il mio problema. Che però rimane sempre. Discutere con Genitore mi ha portata, inevitabilmente, a discutere con Amoremio. Che uno pensa “ma proprio ora che dobbiamo essere uniti, per far fronte a questa situazione pazza, ti arrabbi pure tu” e quindi è finita che mi sono messa nel mio mondo, a guardare telefilm su Netflix, concentrandomi su quanto di più splendido ho: i miei figli. Ho cercato, con qualche difficoltà, di non trasmettere a loro il nervosismo e la tristezza che mi affliggevano, però ho parlato chiaro quando ho preso Principessa dall’asilo: <<mamma non ha voglia di giocare con voi, è un po’ svogliata, perché è arrabbiata>>. Una vocina si è subito premurata di chiedere se fossi arrabbiata con loro, ho detto assolutamente no, che ce l’avevo con un’altra persona, che lei subito ha nominato… Quando si dice che i figli capiscono tutto. Ho minimizzato la situazione e poi li ho lasciati a giocare in giardino, fino a un orario indecente. Di conseguenza abbiamo fatto la cena tardi, e la messa a letto è slittata alle 09:45; insomma tutta la giornata di ieri sballata.

Da qualche mese so che dovremo cambiare casa, ora quel momento è arrivato e in teoria il 1 di giugno dovremmo essere in una casa nuova. In pratica, la casa nuova va finita e quindi prima incognita. La seconda incognita sono i rapporti famigliari, già da tempo logori e deteriorati, fonte di discussione; a questo punto mi domando se sia giusto portarli avanti. Non è che, perché siamo parenti e affini, siamo costretti a frequentarci; potremmo semplicemente vivere ognuno la sua vita senza obbligarci in modo masochista a vederci durante le feste, Natale o compleanni che siano. Che tristezza accorgersi di questi risvolti, dopo che sono cresciuta in una famiglia – falsa, falsissima – che mi ha fatto credere che la famiglia sia stile Mulino Bianco, dove possiamo immaginare il rapporto con fratelli e sorelle, con genitori e suoceri, solo vedendo come addentano la brioches al mattino, tutti stra felici. Ma non esiste nelle famiglie reali, si discute e si litiga, in tantissime famiglie. Forse, in quelle intelligenti, si prova a parlare, cercando una soluzione al piccolo problema che sorge. Ecco, parlare. Siamo tra adulti, se c’è qualcosa che non va, che non riteniamo giusto, possiamo confrontarci in privato. Senza coinvolgere altri componenti della famiglia per farsi spalleggiare. Perché a quel punto diventa una sorta di faida, visto che gli schieramenti sono sempre quelli.

Per fortuna esistono i social. Si parla tanto di rapporti con le persone reali, che sono quelli veri e non devono essere sostituiti da tastiera e schermo. Vero, verissimo. Però, se mettiamo a confronto l’ipocrisia di chi mi fa la bella faccia davanti, e dietro parla male di me, ed è pure mio parente, no grazie, preferisco di gran lunga una chiacchierata sui social, ché di belle persone ce ne sono, che mi danno “conforto” senza che lo chieda esplicitamente. Dopo il post su Facebook, dove ho raccontato, in maniera volutamente superficiale, quel che mi è accaduto, ho trovato tante persone che mi hanno detto che per loro è stata la stessa cosa, che mi hanno abbracciata anche solo virtualmente, che mi hanno dato consigli su come poter superare questo ostacolo. Ecco, oltre a voler ringraziare chi ha avuto un pensiero per me, volevo in questa sede far notare che i social non sono solo uno spazio dove ci si mette a nudo anche in maniera esagerata, dove si viene stalkerizzati da persone fastidiose; non sono solo il luogo dove si accendono un flame dietro l’altro, finendo quasi a coltellate. Non è solo negatività, i social hanno anche dei risvolti positivi, che a volte possono essere maggiori di quelli che ti può dare la vita reale.
Basta usare la testa, come in tutte le cose.

Grazie Facebook, per avermi fatta circondare di persone bellissime. Grazie, persone bellissime.

 

Francesca.

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La Festa Della Mamma

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Il mio regalo per la Festa della Mamma 2016 è <<fai tutto quello che vuoi oggi, penso a tutto io, bambini e casa>>, poi questa sera tirerò le somme. Non sono una a cui piace starsene con le mani in mano, ma forse potrei accettare volentieri questo regalo, forse. Anche perché non sono il tipo a cui piacciono profumi, borsette, orecchini e oggettistica varia; preferisco altro, adoro i lavoretti fatti a mano dalla mia Principessa, mi piace farmi coccolare a livello famigliare.

Ricordo ancora quando frequentavo l’asilo, quindi parliamo di più di vent’anni fa, per la festa della mamma ci fecero dipingere un fiore con le tempere su un piatto di plastica. A turno, andavamo in braccio alla maestra e ci aiutava a colorare e scrivere “la mia mamma”. Vi giuro che ricordo ancora molto vivamente questo dettaglio – e altri pochi della scuola materna – ma ho ancora ben presente le sensazioni che provavo, anche se ero solo una bimba piccola. Aspettavo con trepidazione il mio turno, perché non vedevo l’ora di preparare il mio lavoretto. La gioia nel fare qualcosa per la mia mamma era davvero tanta, mentre davo le pennellate mi domandavo se le sarebbe piaciuto, ma sapevo già che avrebbe apprezzato. Una mamma apprezza sempre.

Ogni anno, per le occasioni di festa, l’asilo fa preparare un regalino ai bimbi; quest’anno ho ricevuto una scatolina a forma di cuore, dipinta di rosa e con il coperchio decorato con la tecnica del decoupage, di cui ignoro la sorpresa. Hanno messo un regalino all’interno, per questo tutte le amichette di mia figlia, quando venerdì mi hanno vista con la scatolina in mano che frettolosamente prendevo Principessa per andare via, mi hanno urlato in tono <<ma non dovevi aprirlaaa>>, con tre a, perché loro si sa, parlano canzonando. Ho detto allora che l’avrei fatto nascondere, così la sera stessa, quando il papà è rientrato a casa, è stato subissato dalla richiesta insistente di nascondere il mio regalino in casa, tra poco proverò a giocare ad acqua, fuoco, fuochino.

Ricordo ancora quando ho festeggiato la mia prima Festa della Mamma, ma mamma non lo ero ancora realmente, ero incinta di quattro mesi, non avevo nemmeno la pancia. Avevo solo 22 anni, e una gioia immensa nel cuore, e anche una piccolissima Principessa nella pancia. Eppure mamma ti senti già, anche se tuo figlio non è ancora nato, perché in fondo la tua creatura è già presente, e tu ne sei già innamorato.

Per questo motivo sto festeggiando la mia settima Festa della Mamma, sinceramente non ricordo cosa ho fatto gli altri anni, o i regalini ricevuti; ma ricordo che è giusto prendersi una giornata in cui si riconosce che la mamma è stata brava, la mamma che tira i fili dello spettacolo che si chiama Famiglia, la mamma che è la colla per tenere insieme tutti i pezzi, la mamma che anche se stanca e distrutta riesce sempre a trovare una buona parola per tutti e fare una carezza. La mamma è  una vera forza della natura, riesce veramente a fare più azioni contemporaneamente, e le fa tutte bene; la mamma ama incondizionatamente i suoi figli e per loro farebbe di tutto.

La mamma, continuo a ripeterlo, è il lavoro più difficile del mondo. Regala moltissime soddisfazioni, questo è vero, ma ciò non toglie che mettersi alla prova ogni giorno, tutti i giorni, sia davvero arduo. Avere pazienza infinita perché altrimenti, in certe giornate, i nostri figli non arriverebbero vivi alla sera, in quanto da esserini adorabili e cuoricinosi si trasformano in piccoli diavoletti ribelli. Insegnare cosa è giusto e cosa è sbagliato, in un mondo in bilico, in una società distorta dove i valori importanti sono messi da parte per le cose più frivole, è diventato faticoso. Cercare di esserci sempre nella vita dei nostri figli, cercare di non asfissiarli per questo, quindi è necessario imparare ad esserci nella giusta misura.

Sbagliare. Quanto si sbaglia? Tantissimo. Poi arrivano i sensi di colpa per molte, eppure non servono. Già la consapevolezza di aver sbagliato, secondo me, è sufficiente per dirsi “no, così non si fa, proviamo in un altro modo”, e via davvero quei sensi di colpa che non fanno altro che inasprire il nostro giudizio verso noi stesse. Talvolta siamo troppo severe nei nostri confronti, ma siamo mamme, siamo umane e in quanto tali non possiamo essere perfette. Credo inoltre che insegnare ai nostri figli che si può sbagliare e poi riparare sia una bella lezione di vita, ammettere di aver fatto uno sbaglio e da quello ripartire verso la strada giusta può essere un punto di incontro. Quindi sdoganiamo questo mito che la mamma deve essere sempre perfetta e non sbagliare mai, e se sbaglia deve sentirsi in colpa: basta, non è così.

Ogni mamma è perfetta nella sua imperfezione, perché tanto le mamme quelle vere, ci mettono il cuore e l’anima in ogni gesto e azione che compiono; le mamme quelle vere sanno che possono sbagliare ma non si fanno intimorire e provano comunque. Basti pensare che hanno scritto decine di libri e manuali su come gestire e crescere i figli, ma ognuno di noi è diverso quindi in realtà l’unico libro è la vita vera, quella che viviamo nel nostro quotidiano e che ci dà i paletti entro quali stare per poter svolgere al meglio il nostro lavoro.

Oggi, 8 maggio 2016, è la Festa della Mamma, per cui AUGURI A TUTTE LE MAMME. Auguri a me, che sono mamma da cinque anni e mezzo, e mi pare di esserlo da una vita. Auguri a me, che perdo la pazienza troppo spesso, perché sono stanca o perché ho dormito male. Auguri a me, che cresco i miei figli rendendoli curiosi invece di rispondere sempre alle loro domande ma dicendo <<secondo te?>>. Auguri a me, che purtroppo dico le parolacce, ma vieto loro di ripeterlo, anche se ahimè ne conoscono un sacco e una sporta, come si suol dire. Auguri a me, mamma con mille difetti ma che si è accettata per come è, senza troppe paranoie che il tempo vola, i figli crescono e non c’è tempo per perdersi a rimuginare su quel che si è fatto di errato, bisogna solo apprendere e cercare di non sbagliare più, andando avanti col sorriso. Auguri alla me che vorrei essere, mamma dolce ed affettuosa sempre, tutto il giorno e in ogni occasione. Auguri alla me che vorrei essere, onnisciente e onnipresente, dando risposte e consigli ai miei bambini. Auguri alla me che vorrei essere, una brava mamma ogni giorno, che prepara pasti sani ed equilibrati per i figli, che stira loro i vestitini e riordina la cameretta, che li porta ovunque senza stressarsi.

Ciao mamme, godetevi questa giornata, è speciale: anche se dovremmo farlo ogni giorno, fermarsi e pensare alla nostra grandezza ci farà apprezzare per quello che realmente siamo, delle super donne.

Francesca.

P.S. Se volete, potete leggere i miei pensieri per la Festa della Mamma 2015.

Cosa Ne Penso Dell’Educazione Dei Figli

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StorMoms_mese_aprile_16

Educare i figli è difficilissimo, a tratti impossibile. Punto, fine del post.

Se proprio volessi essere concisa, avrei già finito lo svolgimento del tema “educazione”, anche se l’argomento è molto vasto e presenta mille sfaccettature. Voglio invece spendere due parole, inizio col dire che sull’educazione dei nostri figli si dice e si legge tutto e il contrario di tutto, perciò già un genitore parte male: come fa, sbaglia. È necessario aggiungere che il nostro operato sarà costellato di pareri non richiesti, consigli ricevuti da la qualunque, dalla vicina di casa alla cassiera del supermercato, passando per il vecchietto in coda allo sportello postale: ognuno ha da dire la sua, sul perché e sul percome tuo figlio in quel momento sta facendo un capriccio, perché ha le gote rosa oppure ti spiegano perché non dorme la notte, dicendoti pure come rimediare. Posto che solo noi conosciamo i nostri figli, posso tollerare la frase di circostanza che magari in certi luoghi le persone – soprattutto anziane – ti buttano là così, tanto per dire qualcosa, come parlare del tempo. Io a quello rispondo con un sorriso cordiale, senza dare corda e finisce lì; ricordate, mai rispondere verbalmente oppure sarà la fine. Non venitemi però a dire come devo educare i miei figli, quello no. Dovrebbe essere semplice: chi vuole dare un consiglio deve prima farsi questa domanda “mi è stato chiesto?” Se la risposta è sì, procedere con l’esposizione del proprio pensiero, se la risposta è no, annullare tutto e parlare delle mezze stagioni che non ci sono più, molto meglio.

Ho scritto un post sul discorso del buon esempio, parlando dei figli che si comportano come i genitori: lo ritengo valido come ragionamento ma fino ad un certo punto, attualmente sottoscrivo il post in tutte le sue parti. È passato un anno e mezzo da quando l’ho scritto, ma vedo che stare composti a tavola per i miei figli resta, a volte, un optional. Eppure io mi siedo composta, certo non sono da galateo tutta rigida e formale, mi siedo normalmente e composta, eppure niente, il messaggio non arriva: chi si siede con mezzo sedere sulla sedia e mezzo giù, chi scende durante il pasto manco stesse colorando un album invece di pranzare, ancora abbiamo chi mangia indietro dal tavolo sbriciolando ovunque e sporcandosi i vestiti, poi c’è chi urla, si picchia. A volte glielo dico <<sembrate i figli di nessuno!>> e dentro di me penso, sconsolata “tutto questo tempo a dire di stare composti, mangiare bene, non sbattere la bocca, che a tavola non si fanno rumori che possano molestare gli altri commensali; tanto tempo per educarli e poi questo è il risultato”. Abbiamo un merito da assegnare: ebbene sì, i miei figli chiedono sempre se possono scendere da tavola. Inoltre, dopo che ogni volta ripeto le stesse cose, si raggiunge una sorta di normalità a tavola. Il discorso “figli di nessuno” posso applicarlo in molti altri comportamenti, per i quali mi domando sempre perché io mi comporto in un certo modo e i miei figli non se lo fanno loro, questo atteggiamento. La mia speranza è pensare che ora sono piccoli, ma crescendo avranno acquisito in totale naturalezza le buone maniere, per applicarle.

Mi ritengo un po’ una talebana dell’educazione, nel senso che non sono molto transigente su diversi aspetti della sfera educativa. Non sono però quella che va in giro a dire che il mio modo di fare è quello giusto, anzi, tutt’altro. Sono sicura che sbaglio qualcosa, ma ritengo di fare del mio meglio, inoltre mi auguro che i miei figli un domani possano vantare un’educazione a trecentosessanta gradi, per risultare persone gradevoli agli altri, ma in primo luogo per essere in pace con se stessi, perché “l’educazione è il grande motore per lo sviluppo personale” (cit. Mandela)
Non posso tollerare, ad esempio, che i miei figli corrano per il ristorante, urtando i camerieri e disturbando gli altri clienti; infatti stanno a tavola con noi, portiamo sempre qualche giochino da fare, ma li inventiamo anche al momento.
Non mi piace che mentre mangino giochino col cibo, né lo buttino ovunque, a tavola non si gioca ma si mangia.
Non tollero vestiti abbandonati per terra, giochi infilati in ogni anfratto, per questo tutti i giorni c’è il momento del riordino, dove tutti insieme si rimette a posto. Poi c’è la parte dove insegno che si rispettano gli altri, la natura e gli animali, non si sporca per terra né si rompono gli oggetti di uso comune… Insomma, tutte queste pratiche che io considero normali, ma non per tutti è così.

Mi capita spesso di vedere genitori lamentarsi dei figli che non ascoltano, che fanno quello che vogliono e mi veicolano il messaggio che sia “colpa” dei bambini, in quanto scalmanati, monelli, disubbidienti. Qui vorrei spezzare una lancia a favore di quei bambini, perché  secondo il mio modesto parere, l’educazione da parte dei genitori è stata lasciata al caso. Tante mamme portano i figli al parchetto e li mollano incustoditi, nel senso che sono lì ma chiacchierano o si fanno gli affari loro senza mai controllare che il figlio si comporti bene. Le marachelle le fanno tutti, ma se il genitore ride di quest’ultime, il figlio non imparerà che “questa cosa non si fa” ma al contrario si sentirà spalleggiato dai genitori a fare sciocchezze, che in età avanzata potrebbero, magari, tradursi in “bullate”, anche gravi. Poi ci sono le mamme che proprio per nessun motivo, nemmeno sotto tortura, riescono a dire di no. E come pensi che cresca tuo figlio, se non ha mai ricevuto un no? Secondo me, male. Perché nella vita non si può avere tutto, non si può far tutto, i genitori non sono gli amici del bar, ma i tutori che insegnano cosa è giusto e cosa è sbagliato, i guardiani che mettono i paletti per far capire fin dove ci si può spingere. Per questo servono anche i no, altrimenti non lamentatevi di avere figli viziati.

Sono sicura che esistano anche bimbi seguitissimi ma che proprio hanno l’anarchia dentro, se ne fregano delle regole e dell’educazione, però quei genitori possono dire di averci provato. Io sono proprio contro quei genitori che fanno i figli e poi se ne fregano, lasciando che sia solo la scuola a occuparsi della loro formazione. Mi fanno venire ancor di più la rabbia quei genitori che invitano i figli a comportarsi da maleducati, li tirano su incivili, si vantano delle azioni bulle che fanno, li rendono cattivi. Ecco, io a genitori così… No, non lo dico cosa farei, ma mi auguro solo che i miei figli non debbano incontrare gente così, perché sono la rovina della società.

L’educazione è importante, educhiAMO!

*Questo post partecipa al tema del mese di Aprile delle StorMoms*

Francesca.

Liebster Award

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Buongiorno a tutti e buon Lunedì!

Quasi due settimane fa sono stata insignita di un gradito premio: il Liebster Award! Ne ho già ricevuti alcuni di questi riconoscimenti, ma ogni volta ne sono sempre onorata. Questa volta devo ringraziare Miriam, la blogger che cura Mammalupo, per aver pensato a me e avermi nominata.

Ecco le regole per partecipare:

1)Pubblicare il logo del LIEBSTER AWARD nel proprio blog.
2)Ringraziare il Blogger che ti ha nominato e seguirlo.
3)Rispondere alle sue 11 domande.
4)Nominare a tua volta altri 11 blogger con meno di 200 followers.
5)Formulare altre nuove 11 domande per i tuoi blogger nominati.
6)Ed infine informare i tuoi blogger della nomination.

Solitamente sono sempre stata ligia alle disposizioni per partecipare, questa volta farò un’eccezione perché, purtroppo, ho davvero pochissimo tempo per leggere gli altri blog, quindi non saprei nemmeno chi nominare. Spero vogliate scusarmi.


Ecco le mie risposte, alle undici domande di Mammalupo.

1) Descrivi con una parola la tua vita da mamma e perché.
Fantastica. Da quando sono mamma, lo è ancora di più. La mia vita non è fantastica ogni giorno, 24h, ma il mio bello è che la vedo fantastica. Ho ovviamente i momenti no, quelli tristi e di sconforto, ho i momenti di sclero verso i miei cuccioli e non solo; eppure rimango sempre positiva e voglio godermi la vita e quello che mi offre.

2) Come immaginavi la tua vita da mamma?
Sono diventata mamma molto giovane, a 21 anni ero incinta e a 22 ho partorito per la prima volta. Non sono mai stata la classica bambina che pensava alla me grande, con l’abito bianco percorrere la navata della chiesa, per sposarsi e poi mettere su famiglia. Per cui non mi sono mai immaginata mamma. Ho una fortuna: non ho deluso le mie aspettative.

3) Perché un blog e perché questo nome?
Ho aperto un blog perché ho iniziato a leggerne alcuni e ho avuto voglia di dire la mia. Volevo parlare di maternità, bimbi e correlati, ma anche raccontare quello che mi passa per la testa e offrire il mio punto di vista. Il nome, come ho scritto nel blog dove parlo di questo, deriva da un enorme sforzo di fantasia che ho compiuto: mamma Francesca = momfrancesca, that’s it!

4) Quali sono le tue passioni?
Premetto di essere una persona incostante, ad oggi non ho trovato ancora nulla che mi appassioni tanto da farmi dire <<sì quella è la mia passione>>. Mi vedo un po’ come una persona curiosa che si interessa di questo e quell’altro, senza mai farne una vera e propria passione.

5) Avete dei soprannomi fra voi in casa?
Chiamo i miei figli con altri nomi di persona, soprattutto Principe lo chiamo con un altro nome da sempre, tanto che alcuni amici lo chiamano in quel modo. Spero solo di non creargli crisi d’identità! Mia figlia l’ho chiamata nei modi più disparati: cupcake, pasticcino, bella de mamma, titti, e chissà quanti altri che ora mi sfuggono; poi i classici amore, tesoro o simili. Io sono, guarda caso, LA mamma.

6) Ti piacciono gli oggetti artigianali ed handmade?
Sì mi piacciono, se rientrano nei miei gusti personali, ovviamente. Però sono abbastanza imbranata nel crearli.

7) Avete animali in casa? Se sì come è il rapporto con i vostri figli?
Non sono molto da animali in casa, anche se mi piacerebbe un cane per i bimbi, ma non lo vorrei: lo ritengo davvero impegnativo. Abbiamo da sempre pesci rossi, e da poco vive con noi Sole, una simpatica cocorita. I miei figli si scordano del pesce rosso ma adorano prendersi cura della pappagallina.

8) Che lavoro fai?
La mamma, fulltime. Il lavoro più complicato del mondo, ma al tempo stesso il più gratificante.

9) Quali sono i tuoi film e libri preferiti?
I miei film preferiti sono le commedie, specie quelle proprio idiote sciocchine americane. Ho spesso bisogno di leggerezza, per questo mi piacciono. Sui libri non ho i preferiti: spazio fra diversi generi, e me ne sono piaciuti tanti nel corso degli anni. L’ultimo che ho letto mi ha rapita particolarmente: è un fantasy di una brava blogger che ha deciso di realizzare il suo sogno, scrivendo “Il mondo che non vedi”, fantastico primo libro di una saga.

10) Cosa volevi fare da bambina?
La maestra, la parrucchiera, la pensionata, la segretaria, la camionista, il militare. Tutti reali, mi ricordo ancora cosa pensavo quando avevo in mente ognuna di queste professioni, e scritti in ordine di tempo. Camionista e militare sono venuti quando ero una ragazzina.

11) Ti piace vivere dove sei o vorresti trasferirti in un altro paese?
Diciamo che ho “problemi grassi”: vivo in un posto carinissimo, ma tenuto po’ male; per questo mi lamento, dicendo che qui è brutto. Quando mi sposto e mi capita di vedere cose orrende, paesi e città brutti per davvero, allora capisco che sì, mi piace vivere dove sono.


Invito chiunque abbia voglia di partecipare, sentiteVi liberi di rispondere alle domande, sarò curiosa e felice di leggere le Vostre risposte.

 

Francesca.