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paternità

Eccomi a questo secondo appuntamento con il Guest Post, anche oggi di Amoremio. Ho lanciato l’idea ad alcune mamme, mi piacerebbe ospitare le riflessioni dei mariti in merito alla paternità, ma non solo. Per ora nessuno si è fatto avanti, far collaborare la dolce metà a volte richiede un duro lavoro. Se volete partecipare a questo momento di apertura del mondo maschile, torturate vostro marito e fatelo scrivere, scrivere, scrivere. Potete trovare i miei recapiti nella pagina Contatti. Però ora vi lascio al Suo scritto.


Ora vi parlo di Principe, il mio ometto, che nacque diciotto mesi or sono. Durante una banalissima ecografia di controllo nel grembo della mamma, scaturì a me genitore una brutta notizia. Principe aveva un problema, ben identificato successivamente con il nome di idroutereronefrosi. Fondamentalmente le parti superiori nelle vicinanze dei calici renali non erano sviluppate come avrebbero dovuto essere nella normalità, fortunatamente a discapito di un solo rene. Non vi dico l’ansia, e la paura di ciò che in futuro sarebbe potuto accadere. Ci affidammo ad un luminare nella chirurgia urologica infantile. Arrivammo purtroppo all’epilogo, Principe avrebbe dovuto subire un intervento chirurgico al fine di arginare l’anomalia del suo piccolissimo rene. Sono stati momenti molto pensierosi, agitati, tristi, densi di preoccupazione. Ricordo, nel reparto di chirurgia pediatrica, che in fin dei conti eravamo fortunati, confrontandoci con quello che si vedeva e si sentiva in quel reparto.

La situazione che mi rese più vulnerabile era vedere il mio Ometto sdraiato su una piccola lettiga che accompagnammo fino all’ingresso del blocco operatorio. Lui era così sereno, un po’ assonnato e mi regalava il suo sorrisino, così tenero e piccolo, inconscio di quello che di lì a breve avrebbe subìto per il suo bene. Consideravo che il percorso nell’accompagnare Principe si fermasse prima di quelle porte scorrevoli e grigie con quel segnale di divieto d’accesso. Il barelliere mi disse di entrare in questa specie di sala mista tra attesa e camera d’aria, entrò in questa specie di anticamera  un’infermiera vestita di verde con tanto di cappuccio e mascherina, l’ansia in quel momento aumentò esponenzialmente, l’infermiera fece scorrere la mascherina verso il basso e sorrise, presumo che il suo sorriso avesse avuto l’obiettivo di far prendere colore al mio viso, ma per ovvi motivi non ci riuscì. La stessa, fece scorrere tre grandi cassettoni d’acciaio e mi chiese di indossare quegli abiti verdi. Nel primo cassetto c’era una cuffia, nel secondo un camice e nel terzo due copri scarpe, il tutto rigorosamente verde. L’infermiera mi chiese di seguirla e si aprirono altre due porte acciaiose fredde che portavano in un ambiente alquanto inquietante per i non addetti ai lavori. L’obiettivo era di stare vicino al mio Ometto fino a quando lo avrebbero addormentato. Mentre lo tenevo per la manina accarezzandogli il dorso della stessa, mi guardavo in giro, guardavo i chirurgi e gli operatori, mi rassicurava vederli sereni, si raccontavano varie situazioni come se per loro quell’ambiente fosse la normalità quotidiana lavorativa. Caspita, non per me! Avevo il cuore che batteva fortissimo, parlavo mentalmente con il mio Ometto nell’intento di rassicurarlo, probabilmente i miei pensieri avevano l’inconscio desiderio di rassicurarmi. Conseguentemente alle mie coccole e alla stanchezza, con la complicità della preanestesia, il mio Ometto si addormentò. Arrivò l’anestesista, la quale con una gentilezza infinita mi separò dal mio cucciolo.

Tornai in quell’anticamera, l’intervento durò circa due ore, al tempo sembrarono due giorni. Dopo aver logorato la suola delle scarpe quasi ai calzini in un frenetico avanti e indietro, finalmente la porta acciaiosa si aprì e la testa del chirurgo spuntò fuori, dicendo: “l’intervento è finito ed è andato tutto bene”. Finalmente un sospiro di sollievo, bene per il mio Ometto. Certo che se l’intervento fosse durato più di due ore, avrei avuto dei seri problemi a camminare scalzo per l’ospedale. Oggi il mio Ometto è in formissima e questo è ciò che conta. Bravi quasi tutti i medici del mondo, senza di loro…

Come vi scrissi, Principessa è la mia prima figlia e Principe il secondo, in realtà ho omesso la mia vera prima figlia che non vedo e non sento da oltre tre anni, di questo mi riservo di scrivere alcune righe quando sarò pronto per farlo. Ah! Dimenticavo lei ha il nome di un fiore. È il mio fiore.

MSV


Giusto ieri mattina siamo stati in ospedale, per fare un esame un po’ particolare, la conseguenza è stata che per tutta la giornata di ieri ho dovuto tenere separati i miei due cuccioli, perché Principe era radioattivo. A dirlo così mi viene da ridere, però a malincuore ho lasciato che di Principessa se ne occupasse la nostra gentilissima vicina di casa, altro che la nonna, e farla stare con loro fino a cena.

Se vi siete persi il primo Guest Post di Amoremio, mi domando come facciate a dormire la notte. In tal caso, correte subito a leggerlo, qui.

A presto, momfrancesca – MSV

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