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La notte, si sa, è fatta per dormire; soprattutto per noi mamme di bimbi ancora piccoli, che magari assistiamo ancora ai risvegli notturni dei nostri cuccioli e invece sogniamo ad occhi aperti di fare lunghi sogni, ad occhi chiusi. La notte, tra le altre cose, amplifica le sensazioni, sia quelle belle ma soprattutto quelle spiacevoli. Mi è capitato di passare nottate quasi in bianco pensando a quel problema piuttosto che ad un altro, ma mica problemi seri, cose del tipo “non mi va che Principessa all’asilo non faccia niente, vorrei fare qualcosa per cambiare la situazione” ad altre come “dovrò cambiare casa, come farò a lasciare quella vecchia”. Quelli che io chiamo problemi grassi, obesi direi, e che dopo avermi tenuta sveglia a rimuginare le notti, mi davano tregua verso le 5:00 del mattino, o giù di lì, e dormivo. Al risveglio ripensavo a tutto quanto, un bel sorriso, una scrollata di spalle e via, era tutto passato.

Sempre nella notte noi mamme mettiamo in funzione una capacità che credo sia ancestrale: appena uno dei nostri figli, dall’altra stanza, fa un respiro più profondo, oppure inizia a dire <<mam…>> siamo già sveglie. So che succede a molte: un colpo di tosse in più, un leggero pianto, due parole e noi siamo già con l’occhio spalancato e l’orecchio teso. “Cavolo, stavo dormendo profondamente, come ho fatto a sentire?” mi domando spesso, misteri dell’essere mamma. Ci sono però anche i brutti risvegli, quelli improvvisi, alle 03:24 di notte, quando mentre sei sicura che stavi dormendo senti frusciare le coperte, un tonfo e un pianto. Ovviamente la mamma, anche se ha 12 figli, sa chi sta piangendo e indicativamente conosce già la dinamica dei fatti. Se poi, come succede a me, avete imparato ad usare il pianto come scala del dolore, allora saprete se non è grave oppure se c’è da correre.

Già da neonati, infatti, si possono distinguere vari tipi di pianto: fame, stanchezza, disagio – ad esempio posizione scomoda o pannolino eccessivamente bagnato – e ancora pianto da dolore. Quest’ultimo, il pianto da dolore, lo uso attualmente come metro di giudizio per capire se i miei polli stiano facendo finta oppure si siano fatti male sul serio, e quanto male. Funziona con entrambi, il pianto leggero e lagnoso è quello del capriccio, poi c’è quello del male ma irrilevante, e dopo alcuni decibel arriva quello del male serio, dove lì mi preoccupo.

Tornando alle 03:24, di questa notte, grazie ai miei super poteri di mamma, sono stata svegliata di soprassalto, sentendo cadere Principe dal letto. È una sensazione pazzesca quando ci ripenso, come cavolo ho fatto a sentirlo mentre cadeva, se dormivo? Se qualcuno ha una spiegazione, me lo faccia sapere. Ma torniamo a noi, torniamo al mio spavento per il tonfo nel cuore della notte, quindi accendo l’abat-jour e mi tiro su seduta, chiamando con una mano Amoremio, che dorme vicino a me ma è il più vicino alla porta, che quindi potrebbe alzarsi di corsa e scattare a salvare il nostro figlioletto. Niente, non pervenuto, se non respirasse penserei che sia morto. Cribbio, come fai a non sentirlo? Come fai a non sentire che ti chiamo dicendo il suo nome, ripetendo è caduto, mentre assemblo i neuroni per alzarmi e andare a vedere cosa è successo – fase che dura circa tre secondi! – lui niente, dorme. Lasciando perdere lui, vado dall’altro lui, senza correre perché non piange da dolore forte. Lo trovo verso la parte finale del suo letto, ai piedi, giù per terra che piange ma si sta rialzando. Aah, la resilienza dei bambini, che bella! Stavi dormendo beato, sei caduto, ti sarai fatto un pochino male sicuramente, ti sarai spaventato molto, eppure ti rialzi da solo, per me è incredibile. Si tocca la bocca, siccome nella stanza c’è solo la luce fioca della lampadina a led lo porto nel bagno adiacente, con la luce leggera. Mi abbasso per guardarlo bene mentre gli tengo la manina, piagnucola ma niente di grave, nessun danno. Si è solo spaventato, e ci credo. Allora lo prendo sulla mia gamba un momento e lo stringo a me, giusto qualche secondo, e tutto passa. Gli dico se vuole andare a bere, mi risponde che no, non vuole, si dirige verso il suo letto e ci risale. Ecco, io qui mi sarei aspettata un <<voglio venire nel tuo letto>> frase gettonata nelle notti durante le quali si risveglia, apparentemente senza motivo, e decide che deve stare con noi a continuare il sonno. Mi ha spiazzata, si è rimesso con la sua testolina sul suo piccolo cuscino, col suo pupazzo nella mano, e ha chiuso gli occhietti. L’ho coccolato un momento quando, girandosi, mi ha sussurrato che aveva sete. “Però deciditi”, penso io mentre vado a prendere il suo bicchiere. Dopo aver bevuto mi guarda e sentenzia, con tono stanco e tenero <<sono proprio caduto…>>, io lo rassicuro dicendo che sono cose che succedono, così si rimette giù.

Rimango lì accanto a fargli le carezze sulla schiena, dopo essermi sentita chiedere se volevo sdraiarmi nel letto vicino a lui. Ho declinato l’offerta e mi sono accucciata vicino a lui, mentre trovava il sonno, e lo guardavo. Pensavo al fatto che ormai sta crescendo tanto anche lui, che è bellissimo, che tutti i bimbi che dormono sono qualcosa di meraviglioso, pensavo al fatto che lunedì inizierà l’asilo e sì, forse sono pronta, ma non ne sono sicura. Pensavo ancora a quanto un bimbo così piccolo possa trovare la forza di rialzarsi da solo dopo una caduta, magari ce l’avessimo noi adulti una forza così: certo, le nostre cadute – non in senso letterale – magari saranno più dolorose, ma quasi sempre per natura cerchiamo qualcuno o qualcosa a cui aggrapparci per alzarci. Loro no, cadono e si rialzano, si rimettono a dormire dopo un semplice abbraccio di rassicurazione.

Svelato il motivo per il quale non ho dormito, fino alle 05:30. Se volete sapere come è andata stamattina con la sveglia delle 07:30, controllate il mio profilo Facebook.

 

A presto, Francesca.

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